Irripetibili quegli anni

Nè formidabili nè detestabili. Gli anni che si avvitano intorno al “mitico” Sessantotto, lontani ormai mezzo secolo e più, mostrano una eredità che – banalmente – esibisce luci sfavillanti e zone oscure. Una stagione piena di fermenti: non tutti

andati esattamente a buon fine, e anzi vi fu qualche coda tragica anche a Parma, ma certo gli slanci di quegli anni avrebbero qualcosa da dire anche ai ragazzi di oggi.

La ricerca “Parma ’68. Gli anni della contestazione giovanile e la stagione dei movimenti”, a cura di Alessandra Mastrodonato per le edizioni Mup, fotografa proprio quei chiaroscuri in un modo che non dovrebbe restare semplice scavo storico ma che potrebbe portare spunti attualissimi.

Già, perchè la prima cosa da dire, e che colpisce in quei fatti così lontani, è l’assoluta modernità di certe iniziative. Pensiamo a quella che forse è la vera peculiarità del Sessantotto di Parma: il dissenso cattolico del gruppo dei Protagonisti che sfociò nella clamorosa occupazione della Cattedrale il 14 settembre. Lo stesso giorno nel quale, quasi a mostrare simbolicamente i due aspetti concomitanti ma distinti del ’68 nella nostra città, la proiezione del film “Berretti verdi” provocava proteste antiamericane a tafferugli fra giovani di sinistra e destra. Tutto in un giorno, si potrebbe dire: ma per ora fermiamoci a quei “Protagonisti”.

La storia che porta alla “Cattedrale occupata” parte da lontano, passa per fenomeni apparentemente solo esteriori (come la Messa beat con i Corvi) e sopratutto racchiude una profondità di riflessione sul ruolo della Chiesa che a tratti sembra scritta oggi, tato appare attuale. C’è una importante figura di sacerdote: quel don Pino Setti che la Curia spedirà in montagna e che poi nei decenni della Trasfigurazione, al suo ritorno in città, mostrerà tutto il suo valore di parroco con ua fondamentale azione verso i ragazzi della periferia di San Lazzaro. Il suo allontanamento è fra i motivi che spingono alla clamorosa occupazione, ma in quei documenti c’è davvero molto di più, compresa la coraggiosa polemica sulle chiese costruite con i soldi delle banche. Poi il pacifismo, il rapporto con i partiti politici e quello “scandaloso” con il marxismo: una protesta che arrivò fino al papa (con inevitabile condanna e con l’allontanamento a Firenze del solidale don Mazzi).

Ma nel volume c’è tanto altro: ci sono l’Università e le agitazioni degli studenti medi; c’è la documentazione di un’attenzione per le vicende internazionali che colpisce, al confronto con la miopia provinciale dell’Italia di oggi; c’è in sottofondo la vertenza della Salamini che nel ’69 sarà il prologo all’autunno caldo che investirà il Paese (e a cui forse Piazza Fontana sarà la prima violenta risposta); ci sono le contraddittorie proposte del cinema, “tra il Vietnam e il medico della mutua”… E c’è la puntuale ricostruzione del confronto politico nel segno della violenza: le tante ripetute scaramucce fra gli estremisti di destra e sinistra, poi le reciproche aggressioni, gli attentati e infine il tragico agguato a Mario Lupo. Era il 25 agosto 1972, e forse quel giorno cessavano definitivamente le luci del lungo Sessantotto parmigiano, per proiettare anche la nostra città in un buio che avrebbe poi accompagnato l’Italia per altri lunghi anni.

Ps – Ho avuto il piacere di contribuire a mia volta a questa ricerca ricostruendo quei 366 giorni nel racconto della Gazzetta di Parma, dapprima ben disposta verso una mobilitazione a Parma più pacifica che altrove, poi man mano più critica, fino ai titoli di aperta condanna per l’occupazione del Duomo. Non certo un esempio di “fatti separati dalle opinioni”, ma in fondo una dimostrazione del ruolo del quotidiano in quegli anni: controcanto, a volte un po’ ottuso e a volte coraggioso, in una città dalle idee politicamente opposte alle sue, ma proprio per questo artefice di un confronto anche aspro ma capace di produrre spesso buone sintesi per la collettività. Ma al di là delle divergenze politiche, forse il quotidiano cittadino non riuscì a cogliere appieno lo scontro delle generazioni, e non diede forse abbastanza voce ai giovani, veri protagonisti di quei giorni come forse mai più è avvenuto.

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