La Parma dei Capannoni

“Storie di persone e di città”. E di libertà e dignità, si potrebbe aggiungere a un sottotitolo che per una volta mantiene davvero le promesse e fa di un libro un vero momento di storia parlante, che ci svela una pagina importantissima e fin qui trascurata della storia di Parma.

I capannoni (c minuscola) è un termine che fin da bambino sentivo abbinare a ragazzi, e non solo, che venivano così etichettati per una certa maleducazione, quando non peggio. Una fetta di città da tenere ai margini, da schivare…

Ho scoperto più tardi che i Capannoni (C maiuscola) erano angoli di città, disseminati in vari quartieri con costruzioni appunto a forma di capanna: in realtà isole di degrado e povertà, fuori dal racconto che nel frattempo il boom economico e una cultura raffinata ma anche un po’ snob stavano abbinando a Parma, fra i miti della vecchia capitale e gli ambiziosi orizzonti europei da opporre all’abito della città di provincia. E ho però scoperto anche l’orgoglio di parmigiani che nei Capannoni mi raccontavano la loro origine.

Allora è davvero importante che ora un libro racconti questa pagina. E “I Capannoni di Parma”, curato da Margherita Becchetti e Paolo Giandebiaggi per Mup Editore, lo fa mettendo insieme il rigore degli storici e la passione di chi si è immerso in una vicenda con forti connotati umani.

La storia dei Capannoni, come spiega in particolare il coìnvolgente saggio di Margherita Becchetti, ha il suo prologo nella situazione socio-politica dell’Oltretorrente fin da fine Ottocento, ma ha poi una brusca accelerazione nel 1929, quando il fascismo respinto dalle Barricate del ’22 dà concretezza ai propositi anticipati da subito (1923: primi articoli in proposito sulla Gazzetta) di “bonifica” di là dall’acqua. E’ quella, politica prima ancora che urbanistica o igienica, la funzione del “piccone risanatore” di cui racconta poi William Gambetta.

E da lì nasce il successivo intreccio di storia, edilizia e umanità sparsa (letteralmente) per la città: anzi, ai margini della città che il regime vuole esibire, e di cui sarà simbolo – per l’Oltretorrente – il monumento a Corridoni a lato del Ponte “Dux”, oggi Ponte di Mezzo. C’è davvero tantissimo: il ribellismo, la dittatura, la progettazione delle città (si parla tanto anche di quanto era avvenuto con il sindaco Mariotti), le speranze e le difficoltà del dopoguerra. Un dopoguerra lungo anche per i Capannoni, se solo nel 1970 verrà scritta al Castelletto la parola fine di questo lungo capitolo.

E’ una Parma che anche nei libri era fin qui stata emarginata. Per questo il volume è ancor più prezioso e da raccomandare ai parmigiani: perchè nei Capannoni si mescolano insieme l’emarginazione, la miseria ma anche la dignità e per certi versi la “purezza” di una fetta di Parma che poi si è innestata nella vita “normale” della città contemporanea. Ed è, come spesso ci regala la Storia, una lezione da ricordare e tramandare.

(La foto è quella che compare nella copertina del libro: è una foto di Marcello Pisseri dall’archivio privato di Giovanni Ferraguti).

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